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La mia storia, la critica



Franco Berretti è nato a Dicomano, Firenze, il 20 maggio 1944. Si è diplomato nel 1964 all’Istituto Tecnico Industriale “Leonardo da Vinci” di Firenze ed è in questo periodo che inizia a scolpire il legno. Contemporaneamente esercita la professione di disegnatore collaborando ad illustrazioni librarie di rilievo. Inizia anche a creare i primi gioielli sbalzati in argento ed effettua le prime fusioni di sculture in bronzo. Più tardi, a Carrara, a contatto con scultori ed artigiani, comincia a lavorare il marmo e ne comprende le sue molteplici possibilità d’impiego.

Dal 1972 inizia l’attività espositiva. Le sue sculture sono presenti a Firenze ed in altre città della Toscana, in Italia ed all’estero.

Opere esposte in luoghi pubblici e semi-pubblici: “Definizione della materia” (1982) e “3D” (2001) all’I.T.I. Leonardo da Vinci di Firenze; “Donna ambiente” (1985) a Civitella in Val di Chiana, Arezzo; “Carnificazione di un albero” (1985) a Fanano, Modena; “Sferico”(1985) al Museo del Marmo di Carrara; “Situazione ambiente” (1988) a Carovigno, Brindisi; “Albero in ambiente difficile” a Certaldo, Firenze; “Fontana con ambiente interno” (2004), all’Athenaeum Personal Hotel di Firenze; “Per catturare il vento” (2005) a Venturina, Livorno. 

 Ha partecipato ad alcuni simposi: nel 1985 al “III Simposium Internazionale di Scultura Internazionale su pietra” a Fanano, Modena; nel 1986 al Concorso Internazionale “Invito alla progettazione: il marmo nell’arte e nell’artigianato” a Carrara; nel 1991 al “Simposium Internazionale di Scultura su legno” a Madonna di Campiglio, Trento.

 Ha esposto in varie personali: nel 1984 alla Villa di Poggio Reale, Rufina, Firenze; nel 1986 a Castagno d’Andrea, Firenze; nel 1988 al Castello di Caprese Michelangelo, Arezzo; nel 1991 a Levico Terme, Trento; nel 1992 a Castel San Niccolò, Arezzo; nel 1993 “La femme et l’orchidee”, Ile de la Réunion; nel 2004 al Laboratorio di Villa Corsini, Impruneta, Firenze, e all’Athenaeum Personal Hotel di Firenze; nel 2006 “Natura, naturalmente” nel Chiostro di Santa Maria degli Angeli a Firenze.

 Ha preso parte a numerose collettive in Italia e all’estero: nel 1983 alla “Biennale d’Arte Città di La Spezia” a Salsomaggiore, Parma e a “I Segnali della Biennale”, Torino; nel 1984 a “Expo Arte Tirrenia” a Tirrenia, Pisa. Sempre nel 1984 e nell’anno successivo partecipa alla “Mostra all’aperto” organizzata a Firenze dal Gruppo Donatello. Nel 1985 espone a “(S)oggettivamente” a Civitella in Val di Chiana, Arezzo. Nel 1986 ad “Arte nel verde” a Villa Il Ventaglio, Firenze, e nello stesso anno partecipa alla “Biennale di Scultura” di Stia. Nel 1986 e nei due anni successivi è presente al Premio Italia per le Arti Visive “Beato Angelico”, Certaldo ottenendo vari riconoscimenti, e proprio in questi anni prende parte a mostre organizzate da “Perseo Centro Arti Visive”. Nel 1989 è al Salone d’Arte Contemporanea Etruriarte di Venturina, Livorno. 
Nel biennio 1990-1991 espone in tre  mostre itineranti “Dentro e fuori dall’acqua” (Prato-Ferrara-Cattolica),  “Verifica ‘90” (Certaldo-Trento-Montalbano Elicona), e “Filo d’Arianna” (Firenze-Prato-Viterbo) e a “Rotonda ‘90” a Livorno. Dal 1995 partecipa continuativamente alla “Mostra della Pietra Lavorata” a Castel San Niccolò, Arezzo (dal 2005 divenuta biennale) e dal 2001 alla mostra (tuttora itinerante) “Omaggio a Francesco”. Con gli artisti del Centro d’arte Modigliani di Scandicci partecipa a varie collettive, fra le quali le più importanti sono: nel 1994 “Artisti del Centro d’arte Modigliani a Parigi”, Pantin, Paris; e nel 1998 “Artisti del Centro Modigliani: mostra Italo – Franco – Russa”, Pantin, Paris; nel 2003 al British Institute di Firenze. Oltre alla collaborazione col Centro d’Arte Modigliani è presente in  collettive organizzate da associazioni culturali toscane, quali Operarte di Campi Bisenzio e Art-Art di Impruneta, con gli artisti delle quali tuttora espone. Con Operarte espone dal 2000 al 2002 ad “Aprilarte” dapprima a Villa Montalvo e poi a Villa il Palagio, a Campi Bisenzio, Firenze. Nel 2003, insieme agli artisti del Laboratorio Luigi Corsanini di Carrara partecipa ad una collettiva a Bachte-Maria-Laarne, in Belgio e nello stesso anno espone alla Fattoria di Sovestro a San Gimignano, Siena; nel 2005 espone a “Titoli, tesi, temperamenti” a Montespertoli, Firenze, e torna a partecipare alla rassegna di Civitella in Val di Chiana, “(S)oggettivamente XV. Arte moderna per un paese antico”.
 

Hanno scritto di lui: Pier Paolo Castellucci, Sauro Garzi, Pier Francesco Listri, Federico Napoli, Dino Pasquali, Lucio Scardino, Alvaro Spagnesi, Mario Scalini, Luisa Berretti. 

Dino Pasquali

 Sebbene abbia al suo attivo la realizzazione anche di opere ragguardevoli per dimensioni (Simboli di una violenza; Trasformazione e definizione della materia), Berretti si dedica in genere al piccolo formato. E se non da molto ha lato il là ad un curriculum iniziando ad affacciarsi alla ribalta, tuttavia antico ci risulta il suo rapporto con lo scolpire e le relative, specifiche implicazioni d'una sostanza: legno, ferro, bronzo, pietra, marmo. quantunque figurativi, i suoi lavori non sono fotocopie di modelli naturali. La figura umana, in pratica onnipresente - si tratti di casi maschili o di casi femminili - nella spartana produzione del Berretti si piega ad esigenze compositive, potremmo pur dire a sollecitazioni stilistiche. I vo-Lumi e le masse fanno parte di un calcolato gioco espressivo, concorrono ad un certo dinamismo plastico.
Sculturalmente figlio di questi nostri anni inquieti (ma vi fu mai un'epoca tranquilla, specie per gli assaliti dal demone della creatività?) e dunque portato a documentare sul travaglio dell'essere contemporaneo, Franco Berretti evita decisamente gli indizi di felicità e il bello formale e ideale, poiché l'esistere è contorsione, è virulenza. In ultima analisi l'uomo, al di là dei suoi legittimi bisogni spirituali e/o spiritualistici, e materia che di e nella materia vive (o peggio, sopravvive). Si diceva d'un bello, messo al bando, tuttavia a tale aggettivo controverso volendo ci ricondurrà, nell'accezione di piacevole, qualche lavoro un po' meno sofferto, 'giocato' pure sul contrasto di colore, ad esempio sulla contrapposizione 'pittorica' di una figura nivea e di un 'piedistallo' rosa. Ma ciò non significa una caduta nella lepidezza, al contrario.

Alvaro Spagnesi

Morfemi sensuali.
Stretti come i pugni delle sue figure, corpi supercompressi, ridotti a cubi o parallelepipedi dall'immane peso di strato-sfere opprimenti, le statue di Franco Berretti sembrano vivere la loro faticosa esistenza in virtù di quella linfa vitale che le membra, talvolta anche morfologicamente assimilate a radici, suggono ancora, nonostante tutto, dall'ambiente ostile: in questo panorama, ai margini d'una natura offesa, orrendamente "potata" d'ogni nuova gemma eppure capace di vegetare imperiosa verso l'alto e verso la luce, le figure di Berretti trovano una disarticolante stasi. Questi simulacri corporei, schiacciati ~ pari di carcasse da sfasciacarrozze sembrano ansimare nell'angusto recesso che sono riusciti a ricavarsi nell'universo contemporaneo pervaso di rifiuti solidi e liquidi, invaso da germinazioni tecnologiche che tolgono spazio e ossigeno all'esistente. A ben guardare non siamo lontani da una contestazione di tipo marcusiano che evidenzia i dolori dell'uomo costretto a vivere "ad una dimensione" nelle megalopoli dagli orizzonti serrati entro nastri di cemento. Ma se le osserviamo bene, in realtà le forme stravolte di Berretti non stanno agonizzando bensì respirano e il locus angustus in cui si situano non è un vergognoso abitacolo, ma una nicchia ecologica miracolosamente salva in cui è ancora possibile vivere. 
Certo v'è la consapevolezza triste e terribile della decurtazione e della perdita irrimediabile, v'è il disagio di un inarrestabile travaglio morale e fisico, ma la purezza e la solidità dei materiali scelti dall'artista, l'antico rito della scultura fatta per via "di levare", la puntigliosa lucidatura a cera vergine delle convessità e per contro l'assoluta opacità delle parti scabrose, quasi fossero altrettante ninfe benigne generate dal seno d'una romana Proserpina, riscattano ogni costrizione, fanno levitare ogni pesantezza, disinnescano ogni potenzialità negativa. L'estenuante nostalgia di incontaminata purezza genera allora morfemi sensuali che richiamano alla vita: stupendi marmi rosa e straordinari graniti azzurri si offrono levigati e nuovi allo sguardo delle attonite figure ricavate - non senza riferimenti alla statuaria medievale e michelangiolesca - nel candore di scaglie di marmo apuano, si dispongono docili come terrazze modellate dal lento secolare scorrere d'acqua tiepida ricca di calcare. Talvolta il contrasto uomo-ambiente si fa serratissimo e l'adattamento dell 'uno all' altro estremamente complesso, cosicché torsioni e contorsioni si esaltano con la dicotomia di ogni accostamento: inox-marmo, liscio-ruvido, curvilineo-rettilineo, piano-flesso, eccetera. E allora la poetica di Franco Berretti sta proprio nel nodo inestricabile d'un pugno chiuso, che è al tempo stesso corazza difensiva contro gli assalti esterni e tenero calore nel cavo della mano: nessuno potrà mai aprire quelle dita e non si potrà scoprire il segreto che esse celano ma forse v'è da credere che la mano racchiuda l'unica preziosità ancora inattaccabile, la scintilla interiore che può chiamarsi arte o amore, l'ineffabile che ognuno serba e difende per non morire.
 
 

Federico Napoli

 Masse, corpi, materie, volumi: il discorso artistico di Franco Berretti si dipana incessante lungo queste linee di ricerca. La sua scultura ora persegue effetti di rilievo; ora modella; ora delinea gli spazi, differenziando quelli umani ed amici da quelli esterni e dell'ostilità. Scultura sociale, dunque, quella di Berretti, essa assume a soggetto l'uomo per rivolgersi e parlare all'uomo. Un'operazione artistica dai contenuti cercati e voluti, una poetica che teorizza l'opposizione al destino, il quale rivela la propria costante presenza in queste sculture: un discorso, però, anche ('i partecipazione emotiva che vede il coinvolgimento dell'autore nella materia usata, un tempo bronzo e molto legno.
Difficile ed esaltante la scultura, quella di Berretti affronta oggi la materia ed il linguaggio del marmo, memoria artistica del passato; marmo inteso come classicità, ma anche come astrazione e sintesi; marmo come ulteriore coinvolgimento nella materia usata. 
Marmo come materiale freddo e duro per denunciare violenze sociali; marmo come rifiuto umano e contrappunto alla ostile superficie metallica che compare nelle opere ultime, quale denuncia dello stato dell'uomo, sempre in bilico sul destino.
 

Sauro Garzi

È l'uomo comune nel suo ambiente di vita, la sua quotidianità, i suoi sentimenti, il suo lavoro, l'uomo lento e quasi antico, l'uomo 'a tutto tondo', ancora lontano dagli specialismi delle professioni, che tanto gli somiglia, ciò di cui parla la scultura di Franco Berretti.Le sue figure sono aggredite e compresse dalla tecnologia e dal moderno, annichilite dal telecomando, che impone di consumare il superfluo/necessario, ma anche protese, quasi a chiedere rassicurazione a chi le guarda.
Esse hanno le loro radici nel vissuto personale di Franco Berretti, che con l'entusiasmo e la tenacia degli autodidatti, ora ci racconta il suo lavoro di artista attento alle bocche che urlano sofferenza, alle mani che si toccano, chiudono, nascondono, uniscono, serrano rabbia e passione. 
La proposta di Franco Berretti non è definitiva, essa non è priva di dubbi, ma non vi sono incertezze; il primato è per l'uomo, per i suoi valori universali ed i suoi sentimenti.
Nel suo vivere, modificarsi e modificare l'ambiente, l'attenzione è rivolta alla ricerca ed al rispetto dei tanti segni che indicano la soglia delle compatibilità, come la vena del sasso renaio, nel colombino, nell'alberese o nella pietra serena, segna la separazione fra epoche millenarie.
 
È la testimonianza di un 'uomo di parte' che non accetta semplificazioni per problemi complessi, relegati da improvvisati profeti ad altri continenti o ad epoche passate. Così la sua scultura non è semplice ed immediata; sembra quasi che per leggerla sia necessario sapere quali siano i riti di Franco Berretti, i tempi del suo lavoro, le sue pause, le chiacchierate con gli amici nella sua bottega, gli arnesi, la sua storia personale, con la voglia, e la curiosità di saperne di più.
La scommessa di questa scultura non è, dunque, quella di dire/dare, ma di suggerire e provocare. Sono gli specialisti che forniscono certezze troppo presto smentite; l'uomo 'colto' innanzitutto ascolta, valorizza le emozioni, i simboli, l'agire apparentemente irrazionale dell'uomo, senza la pretesa di confezionare spiegazioni o di emettere sentenze.
L'impegno di uomo di Franco Berretti, il suo lavoro, le sue opere sono un tassello di questa prospettiva artistica e culturale.